Festival

LA GIOIOSA RESISTENZA DEL CINEMA AMATORIALE E INDIPENDENTE

di Marcello Cella

La Mostra del Cinema di Montecatini è da sempre baluardo artistico e culturale di un certo cinema amatoriale e indipendente che racconta la vita dell’uomo e interpreta il mondo attraverso punti di vista laterali senza porsi limiti di tipo economico, contenutistico, di genere o di opportunità, fedele ad un’idea di cinema (e di arte e di cultura) come strumento espressivo che accompagna la vita quotidiana delle persone diventandone parte integrante e necessaria, come camminare, respirare, scrivere, parlare, amare.

Un momento dell’”Incontro con gli Autori”

Questa 71^ edizione non ha fatto eccezione e, nonostante le difficoltà, ha rappresentato un bel momento di riflessione e di conoscenza su tutto quanto si muove nel panorama sempre variegato del cinema non commerciale italiano (ma non solo) e in particolare del cortometraggio, su cui si concentra da diversi anni l’attenzione del Festival della Fedic.

Infatti i quindici cortometraggi in concorso (Film Fedic Short) hanno dimostrato la vitalità̀ della produzione italiana legata ai cineclub, la creatività, l’originalità, la voglia di riflettere sul presente e sul passato del nostro Paese utilizzando tutti gli strumenti espressivi a disposizione e ingegnandosi nei modi più svariati a livello produttivo come è stato sottolineato più volte durante l’incontro con gli autori: dagli scarsi contributi pubblici ai generosi lasciti di parenti ed amici, e all’autofinanziamento. Nonostante le oggettive difficoltà produttive rilevate, le quindici opere costituiscono uno specchio fedele delle potenzialità e dei limiti di questo tipo di cinematografia. Alcuni film utilizzano il racconto di finzione per riflettere sui problemi e le contraddizioni del nostro tempo come “Giusto il tempo di una sigaretta” di Valentina Casadei, “On life” e “Ridens” di Alessandro Valbonesi.

Struggente ritratto, il film della Casadei, di una famiglia borderline appesa alla tenacia eroica di un uomo che con il suo lavoro ed il suo impegno quotidiano cerca di tenere insieme i cocci fragili della madre alcolizzata e del fratellino più piccolo, mentre i film di Valbonesi propongono una visione inquietante e ironica della pervasività cannibale e tendenzialmente totalitaria delle nuove tecnologie nella società odierna. Altre opere invece propongono una riflessione sull’arte e sugli artisti, e sul loro modus operandi come nel caso de “Il Gelsomino notturno e il novenario pascoliano” di Roberto Merlino, opera interessante ma un po’ troppo didascalica sulla poesia di Giovanni Pascoli e sul suo modo di comporre le sue rime, “Una finestra non è abbastanza” di Margherita Caravello, poetica riflessione sulla ricerca di un colore (“un blu che sa di verde”) e di un luogo della memoria da parte di un pittore che deve trovare una qualche strategia di sopravvivenza all’indifferenza senz’anima del mondo in cui vive, o, ancora, “Vincent” di Hastels, affettuoso omaggio in animazione all’opera di Van Gogh e alla sua figura, immaginata nella precarietà della vita di oggi. Il cinema d’animazione è genere frequentato anche da altri registi con risultati alterni, come “Sam’s Castle” di Giona Dapporto, bellissimo apologo sulla necessità di coltivare e difendere i propri castelli di sabbia e i propri sogni dalle intemperie e dalle cattiverie della vita, “Io e Caterina” di Claudio Tedaldi, sulla scoperta inaspettata della storia di Caterina Sforza da parte di una giovane studentessa, e “Furlé” di Giona Dapporto, simpatico spot “pubblicitario” sulla città di Forlì e le sue bellezze storiche e naturalistiche. Altre opere si tuffano invece nel passato per trovare storie e suggestioni importanti anche per il presente. Come il documentario “Acqua da bere nel Delta del Po” di Carlo Menegatti che ricostruisce, mediante una serie di testimonianze e grazie alla struggente suggestione cinematografica del film “Delta Padano” di Florestano Vancini, anche se in modo un po’ troppo prolisso, i primi anni ’50 sul delta del Po e l’affannosa ricerca di acqua in un luogo ed in un momento storico in cui tale diritto non era garantito, o il nostalgico “Giulietta adorata” di Hastels, basato su quattro lettere che Federico Fellini scrisse per la sua adorata attrice e compagna di via Giulietta Masina, o, infine, “Il signore dei verdi, 1887 – Il caso Gaeta” di Gioele Fazzeri che ricostruisce con grande efficacia un oscuro fatto di cronaca avvenuto nel 1887 a Castellammare di Stabia, e cioè l’omicidio del pittore paesaggista Errico Gaeta ad opera di due sicari mossi probabilmente da gelosia per una donna.

Dal cortometraggio “Giulietta adorata”

Un discorso a parte meritano i due film dei Marco Rosati, “Creattore” e “Fight cineclub”, quest’ultimo anche vincitore del primo premio assegnato dalla giuria composta dall’attrice Milena Vukotic e dai due giornalisti Fulvia Caprara e Franco Dassisti. Infatti il cineasta pisano si tuffa nel surrealismo per raccontare la rivolta di un personaggio letterario contro il suo autore-creatore (“Creattore”) e le scombiccherate discussioni cinefile di un bizzarro cineclub di periferia (esistono ancora?) in “Fight cineclub”.

“Fight cineclub”

Una bella sorpresa hanno costituito anche i cortometraggi stranieri della selezione REFF in cui la riflessione sulle difficoltà, sui disagi e sulle contraddizioni del presente è spesso al centro del racconto. Anche in questo caso si segnalano alcuni bei film d’animazione come il polacco “Now Listen” di Przemeck Adamski e Hasia Hijek, fantasioso apologo sull’incomunicabilità fra uomo e donna, il francese “028” opera collettiva di sei autori, esilarante avventura di due turisti tedeschi a Lisbona a bordo del leggendario tram n.28, e soprattutto il tedesco “Criss Cross” di Caroline Hamann e Fritz Penzlin, film divertentissimo su come l’amore fornisca sempre i mezzi per superare qualsiasi confine fisico o mentale che l’uomo pone sul cammino. Fra le altre opere da segnalare anche l’australiano “The handyman” di Nicholas Clifford, racconto di finzione su una donna, aspirante suicida, che viene continuamente interrotta nella realizzazione del suo proposito dalle continue goffe intrusioni di un giovane tuttofare, e l’inquietante, ma a suo modo suggestivo, “Missing my city” del cineasta americano Munir Haque, che riprende in un livido bianco e nero luoghi e strade di Los Angeles durante il lockdown da Covid-19. Come di consueto la Mostra del Cinema di Montecatini ha riservato alcuni momenti importanti del suo programma alla riscoperta di un certo passato del cinema italiano e alla riflessione su opere e autori molto importanti ma che per vari motivi vivono oggi ai margini delle mode o, se hanno raggiunto il successo, vedono le luci della ribalta oscurare paradossalmente pezzi fondamentali del proprio percorso artistico. Nella sezione Fedic Cineteca, a cura di Paolo Micalizzi, il dialogo fra il curatore e Mariangela Michieletto, Archivista dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea, che custodisce da tempi recenti anche tutto il patrimonio cinematografico della Fedic, ha introdotto due film bellissimi e quasi dimenticati, ma restaurati e riproposti grazie all’impegno dell’Archivio citato e del cineasta Giorgio Sabbatini: “Domenica sera” di Franco Piavoli (1962) e “L’amata alla finestra” (1958) di Giuseppe Ferrara. Si tratta di due opere quasi dimenticate di due autori molto importanti del cinema italiano. In “Domenica sera” Franco Piavoli racconta, con il suo inconfondibile stile di narrazione documentaristica e diaristica, un momento della giornata, una domenica sera appunto, in cui le luci e gli entusiasmi effimeri della festa lentamente si spengono per lasciare il posto all’oscurità della notte e agli impegni lavorativi della settimana successiva, mentre si consumano amori frettolosi e amori che forse resteranno. Il film di Giuseppe Ferrara, regista conosciuto soprattutto per i suoi film di impegno civile e politico, è invece un racconto dai toni che ricordano prepotentemente l’intimismo dei romanzi di Carlo Cassola e delicatissimo nel tratteggiare i contorni malinconici di un amore fra due giovani che si consuma attraverso una finestra senza concretizzarsi mai.

La riflessione sul passato ha inevitabilmente coinvolto anche il premio alla carriera assegnato ad un vivace e lucidissimo Bruno Bozzetto, di cui il festival ha riproposto con grande successo di pubblico due dei suoi cortometraggi più famosi, “Tapum! La storia delle armi”, corrosivo e attualissimo apologo contro la guerra che, se lo spettatore si dimenticasse di guardare la data di realizzazione, 1958, sembrerebbe fatto oggi, e uno degli episodi più famosi del suo fortunato personaggio, il signor Rossi, “Il signor Rossi compra l’automobile”, in cui traffico, ingorghi e inquinamento acustico e ambientale causati dall’eccessiva presenza delle auto nelle nostre città sono già prefigurati con ironica precisione fin dagli anni ‘60.

Anche il commosso omaggio alla cineasta e artista veneziana Rossana Molinatti, recentemente scomparsa, con le toccanti testimonianze di Paolo Micalizzi e Maria Teresa Caburosso, si inserisce in questa riflessione che da sempre i festival della Fedic riservano ai cineasti del passato, soprattutto se, come in questo caso, si tratta di un’artista che ha sempre rappresentato lo spirito più profondo della Fedic, che ha incarnato con la sua vita e la sua creatività un’idea di cinema totalmente libero da qualsiasi considerazione che non riguardasse la sua espressività intrinseca, il suo significato più autentico al di là dei generi e degli schemi mentali e culturali. Come testimonia anche l’opera che il festival ha riproposto per l’occasione, “Calicanto” del 2004, delicato ritratto di un’anziana signora quasi inferma, ma ancora viva e lucida nei suoi ricordi, sempre a cavallo fra racconto e documentario. Una riflessione commovente ma sobria sulla vecchiaia e sul significato più profondo della vita.

Paolo Micalizzi e Maria Teresa Caburosso ricordano Rossana Molinatti

Analoghe riflessioni si potrebbero fare anche sull’omaggio a Massimo Troisi in occasione della presentazione del libro di Ciro Borrelli, “Pensavo fosse un comico invece era Troisi” (Phoenix Publishing, 2020) e del video curato per l’occasione da Carlo Magri e Paolo Micalizzi, “Il volto iconico di Massimo Troisi”, che ripercorre alcuni momenti essenziali della carriera del comico napoletano. Il libro cerca di fornire al lettore un’interpretazione diversa dalle molte opere che già hanno raccontato la vicenda artistica ed umana di Troisi utilizzando interviste inedite a personaggi che lo hanno conosciuto o con cui ha lavorato.

Mentre la presentazione del libro di Alfredo Baldi, “Le molte vite di Lino Banfi” (Edizioni Sabinae, 2021), a cui ha partecipato anche l’attrice Milena Vukotic, moglie dell’autore, ha riservato molte sorprese perché il libro racconta senza piaggeria e con molta ironia il percorso artistico, spesso accidentato e tutt’altro che lineare, del popolare attore pugliese dall’avanspettacolo al cinema e alla televisione, facendone un ritratto gustoso e per certi versi inedito.

Da segnalare positivamente anche lo spazio dedicato al lungometraggio con la presentazione del film di Luca Zambianchi “Quel che conta è il pensiero”, primo lungometraggio di un cineasta che la Fedic conosce bene per alcuni suoi precedenti cortometraggi. Il film di Zambianchi, è bene sottolinearlo, è molto bello e c’è da sperare che possa avere una qualche forma di distribuzione più capillare perchè, pur realizzato con pochissimi mezzi è di una grandissima forza espressiva nel tratteggiare con rabbia, ironia e malinconia le vicende tragicomiche di un giovane alle prese con lavori precari, amori precari, valori precari e alla ricerca di un “centro di gravità permanente” a livello esistenziale che non si trova o forse non c’è più. Bella anche la prova d’attore di Zambianchi che non può non ricordare il primo Nanni Moretti pur nella sua indiscussa originalità.

Luca Zambianchi riceve il Premio Fedic da Milena Vukotic

Infine ma non per minore importanza la sezione Fedic School, lo spazio in cui vengono presentate le opere realizzate dai cineasti della Fedic all’interno della scuola, impegno che la Fedic ha sempre sostenuto nell’intento di avvicinare le giovani generazioni al cinema ed al linguaggio audiovisivo. Le tre opere di Corrado Armanetti presentate all’interno della sezione, “L’apprendista stregone”, “Un nido di sogni” e “Oltre il muro” sorprendono per l’approccio, per così dire, “glocale” alla materia filmica perché i tre racconti proposti dal cineasta massese, soprattutto “Un nido di sogni”, uniscono l’inequivocabile localismo delle storie e della loro ambientazione ad una visione globale, in cui i valori universali sottesi sono assolutamente comprensibili da chiunque, in qualsiasi luogo si trovi ed a qualunque cultura appartenga.