{"id":1444,"date":"2024-06-17T06:53:51","date_gmt":"2024-06-17T06:53:51","guid":{"rendered":"https:\/\/fedic.it\/magazine\/?p=1444"},"modified":"2024-06-17T06:53:51","modified_gmt":"2024-06-17T06:53:51","slug":"inquadratura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fedic.it\/magazine\/inquadratura\/","title":{"rendered":"INQUADRATURA"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Marco Rosati<\/strong><\/p>\n<p>Si parla di tecniche di inquadratura quando queste utilizzano una grammatica comunicativa. Sin agli albori cinematografici si \u00e8 notato come fosse essenziale, a fini narrativi e non solo, andare oltre la unica immagine\u00a0 totale, montrando altri punti di vista. Per il regista<em> Lev Kulesov<\/em> la unica inquadratura distraeva dal notare nll\u2019attore uno sguardo, un aggrottamento di ciglia o altri piccoli avvenimenti narrativi, oltre alla difficolt\u00e0 di questi ad essere notati soprattutto da un pubblico seduto distante dallo schermo. Per Kulesov ogni singolaz inquadratura sono letter di una parola, di una frase, di un racconto. Posizionare la cinepresa quindi ha un potenziale espressivo, oltre che narrativo, che nel tempo \u00e8 stato analizzato e messo in pratica.\u00a0 Ne segue che molti autori sono diventati riconoscibili per una scelta propria dei vari punti di vista, ottenendo ottimi risultati quando la scelta \u00e8 mirata a una necessit\u00e0 narrativa e visiva. Se per esempio la scena vede un uomo seduto al tavolo che prende un sorso di acqua, non sar\u00e0 necessario mostrare la mano che afferra il bicchiere a meno che questo gesto abbia un valore narrativo, per esempio mostrare che la mano sente la temepratura dell\u2019acqua con il dito prima di prendere il bicchiere. Se non ha motivo narrativo, spesso serve per motivi di ritmo, quindi un montaggio serrato pu\u00f2 essere utile per dare movimento all\u2019azione, ma anche per scelta stilistica preferendo raccontare in dettagli. La finalit\u00e0 \u00e8 scegliere dove posizionare lo sguardo dello spettatore, cosa mostrargli, dove porre la sua attenzione. Meravigliarlo con effetti speciali che abbelliscono l\u2019immagine, unita alla capacit\u00e0 qualitativa di un buon direttore della fotografia, con le competenze del reparto scenografico e luci. Il cinema \u00e8 di fatto un mezzo visivo, quindi va tenuta presente la qualit\u00e0 dell\u2019immagine per non affidare tutto il risulato a un buon racconto o una buona prova d\u2019attore. Storie bell possono essere rovinate da una pessima fotografia impiegata solo a fini descrittivi. Ecco perch\u00e8 \u00e8 essenziale proporre una esperienza visiva, la dove il cinema \u00e8 legato all\u2019immagine e non un mezzo per raccontare storie.\u00a0 Esistono vari pensieri nell\u2019intendere cosa voglia dire inquadrare: significa quadrare, fare il quadro, quindi comporre la fotografia. Quando viene svolta una ripresa, specie di una sequenza di mutevole durata, all\u2019interno di questa possono esserci differenti inquadrature. Su fonti ufficiali si trova anche che inquadratura e ripresa siano la stessa cosa, ma sono convinto che esista la netta differenza e che sia infine la scelta del quadrato visivo che si vuol riprendere. Chiedere all\u2019operatore di inquadrare significa quindi preparare la successiva ripresa. Verrebbe immediato il pensiero al quadro come inteso in pittura. A ritroso nel tempo era il modo precedente la fotografia per imprimere momenti, persone, luoghi o crearne di fantasia. Nello stesso modo questo si \u00e8 riproposto nel cinema.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1480\" src=\"https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/15.png\" alt=\"\" width=\"406\" height=\"412\" srcset=\"https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/15.png 406w, https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/15-296x300.png 296w, https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/15-90x90.png 90w\" sizes=\"auto, (max-width: 406px) 100vw, 406px\" \/><\/p>\n<p>Per <em>Stanley Kubrick<\/em> era impensabile che un regista non sapesse di fotografia. Lo trovava indispensabile. Perch\u00e8 \u00e8 dalla fotografia che siamo arrivati al cinema ed \u00e8 l\u2019immagine fissata su supporto che permette a un\u2019opera cinematografica di esistere. Il punto di vista del regista deve servire quindi da stimolo per il direttore della fotografia, perch\u00e9 la sua mente immagina il migliore modo espressivo per mostrare ci\u00f2 che il limite tecnico non permette: i sentimenti. Le tecniche di inquadratura si basano quindi sulle stesse della foto, seguendo regole note o meno, che non sfuggono all\u2019occhio del pi\u00f9 esperto o dello spettatore. Perch\u00e9 la composizione, in base al buon gusto e a queste regole, determina il risultato vincente di una ripresa. Ecco quindi attuabili quelle regole che contemplano le linee di fuga in pittura, o la regola dei terzi in fotografia, o della spirale aurea presente in natura.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1481\" src=\"https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/16.png\" alt=\"\" width=\"477\" height=\"287\" srcset=\"https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/16.png 477w, https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/16-300x181.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 477px) 100vw, 477px\" \/><\/p>\n<p>Le regole poi comunicative sono divenute essenziale riferimento per la narrazione di una storia. Queste permettono solo a livello di muta immagine, di dare espressione al ricordo una sensazione propria e capire cos\u00ec lo stato d\u2019animo del personaggio. Nel film \u201c<em>Sommarlek\u201d (1951), Ingmar Bergman<\/em> mostra il ricongiungimento dei due innamorati non mostrando i loro volti baciarsi, ma i piedi di lei, ballerina, alzarsi sulle punte per raggiungere il volto di lui. Questa \u00e8 la scelta di cosa inquadrare\/mostrare per descrivere un fatto. La cinepresa non \u00e8 fatta per stare esclusivamente a spalla ma ha una volendo infinita quantit\u00e0 di angolazioni necessarie ad uno sviluppo visivo. Anche per questo l\u2019utilizzo del cavalletto \u00e8 andato via via diminuendo, perch\u00e9 risultante quasi un impedimento. E\u2019 invece usata spesso in movimento o anche mossa intenzionalmente quando serve dare un senso di realismo che ricorda appunto una ripresa amatorialmente mossa. Si trovano riflessi o impedimenti visivi che aumentano la sensazione dello spettatore di vedere qualcosa di \u201crealmente accaduto\u201d, e quindi il vetro dell\u2019obbiettivo per esempio si sporca di fango durante un inseguimento o viene schizzato di sangue in una sparatoria. Occupare parte dell\u2019immagine \u00e8 un modo per definire meglio lo spazio e risaltare una figura sullo sfondo, utilizzata in fotografia e nota come inquadratura <em>\u201cdi quinta\u201d. <\/em>Tipicamente cinematografica \u00e8 la soggettiva, ovvero il punto di vista dagli occhi di un personaggio, che permette varie inquadrature in base al suo osservare. Inquadrature in diagonale per esempio danno un senso di straniamento, usate spesso per soggettive allucinate. Perch\u00e9 una inquadratura descrive anche il personaggio, cos\u00ec come un avvicinamento o allontanamento visivo preclude una sensazione di distacco o di interesse. Ecco perch\u00e9 l\u2019importanza di conoscerne i significati ed evitare cos\u00ec un uso casuale che distorce le intenzioni comunicative. Scegliere un punto di vista dal basso o dall\u2019alto si differenzia nelle sensazioni che suscita: dal basso dona un senso di maestosit\u00e0, come se ingrandisse la figura. Dall\u2019alto invece la schiaccia, opprime, mentre se \u00e8 da molto alto d\u00e0 un senso di onniscienza o se \u00e8 a strapiombo perpendicolare al terreno descrive un imminente situazione di pericolo. <em>Alfred Hitchcock, <\/em>che disegnava <em>storyboard <\/em>preparatori per ogni scena, conosceva questo tipo di grammatica visiva e l\u2019ha adoperata in ogni suo film, vedi per quanto riguarda una inquadratura dall\u2019alto, ad esempio, una delle scene di maggior tensione nel suo <em>\u201cPsycho\u201d (1960).<\/em><\/p>\n<p><em> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1482\" src=\"https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/17.png\" alt=\"\" width=\"631\" height=\"347\" srcset=\"https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/17.png 631w, https:\/\/fedic.it\/magazine\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/17-300x165.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 631px) 100vw, 631px\" \/><\/em><\/p>\n<p>Utile quindi una catalogazione che dal pioniere <em>David Griffith <\/em>in poi \u00e8 stata il verbo per analizzare e creare le scene attraverso punti di vista. Partendo dal <em>dettaglio <\/em>di un oggetto o il <em>particolare <\/em>di una parte del corpo umano, fino al <em>primissimo piano <\/em>quando si concentra la visione sul volto. Allontanandosi un minimo per comprendere una parte di collo ecco il <em>primo piano<\/em>, per passare poi ad un <em>mezzo busto<\/em> ed al <em>piano americano<\/em> che invece taglia dalle ginocchia fin sopra la testa (chiamato cos\u00ec perch\u00e8 usato per mostrare le fondine delle pistole nei film <em>western<\/em>). Se invece si vuol mostrare il soggetto completo si parla di <em>figura intera<\/em>, mentre il complessivo, che si riferisca a una persona o a una scena, si nomina <em>totale. <\/em>I <em>campi<\/em> poi variano dal <em>lungo <\/em>al <em>lunghissimo<\/em>. Per ognuna di queste ovviamente se ne contempla se intera o una parte (quindi ad esempio si pu\u00f2 parlare di<em> semi totale).<\/em> Quindi una chiara distinzione motivata da intenti narrativi e visivi, che abbiano coerenza comunicativa e armonia visiva. Ci\u00f2 contribuisce alla buona riuscita del film. Di esempi ce ne sono molti durante il secolo cinematografico, dagli albori in poi: \u201c<em>Intolerance\u201d (David Griffith, 1916), \u201cNosferatu\u201d (Friedrich Murnau, 1922), \u201cMetropolis\u201d (Fritz Lang, 1927), \u201cCitizen Kane\u201d (Orson Welles, 1941), \u201cVertigo\u201d (Alfred Hitchcock, 1958), \u201cIvanovo Detstvo\u201d (Andrej Tarkovskij, 1962), \u201c8 e \u00bd\u201d (Federico Fellini, 1963), \u201cC\u2019era Una Volta Il West\u201d (Sergio Leone, 1968), \u201cTsvet Granata (Sergej Paradzanov, 1969), \u201cViskningar Och Rop\u201d (Ingmar Bergman, 1972) \u201cPicnic At Hanging Rock\u201d (Peter Weir, 1975) \u201cBarry Lyndon\u201d (Stanley Kubrick, 1975), \u201cRaging Bull\u201d (Martin Scorsese, 1980), \u201cDie Sehnsucht Der Veronika Voss\u201d (Rainer Fassbinder, 1982), \u201cBlade Runner\u201d (Ridley Scott, 1982), \u201cRan\u201d (Akira Kurosawa, 1985), \u201cThe Belly Of An Architect\u201d (Peter Greenaway, 1987), \u201cSatantango\u201d (Bela Tarr, 1994), \u201cVolver\u201d (Pedro Almodovar, 2006), \u201cThe Tree Of Life\u201d (Terrence Malick, 2011), \u201cGrand Budapest Hotel\u201d (Wes Anderson, 2014), \u201cTrudno Byt Bogom\u201d (Aleksej German, 2014), \u201cPoor Things\u201d (Yorgos Lanthimos, 2023).<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Marco Rosati Si parla di tecniche di inquadratura quando queste utilizzano una grammatica comunicativa. 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